Il Ministero della Salute ha diffuso i risultati ufficiali del monitoraggio 2023 sui Livelli essenziali di assistenza, elaborati attraverso gli indicatori del Nuovo Sistema di Garanzia (NSG); secondo questo criterio, per essere considerati adempienti, occorre ottenere almeno 60 punti su 100 in ciascuna delle tre macro-aree di valutazione dei livelli essenziali di assistenza (LEA), ovvero tutti i servizi e le prestazioni sanitarie che il Servizio sanitario nazionale (SSN) deve garantire a tutte le cittadine e cittadini italiani, gratuitamente o dietro pagamento di una quota di partecipazione (ticket).

Ebbene, nel rapporto si evidenzia l’aggravarsi delle disuguaglianze tra il Centro-nord Italia rispetto al Meridione negli ambiti della Prevenzione, Assistenza territoriale e Assistenza ospedaliera.

Le Regioni che non raggiungono la soglia minima di 60 punti in due macro-aree su tre sono: Abruzzo, Calabria, Sicilia e Valle d’Aosta. Sono inadempienti in una sola macro-area: Molise, Basilicata, Provincia Autonoma di Bolzano e Liguria.

Come funziona il nuovo sistema di monitoraggio

Il Nuovo Sistema di Garanzia (NSG) è operativo dal 2020 e ha superato il vecchio modello di monitoraggio, puntando su una valutazione più strutturata e capace di cogliere le differenze territoriali nella qualità dell’assistenza. Il sistema si fonda su 88 indicatori che coprono prevenzione, assistenza territoriale e ospedaliera, oltre ai principali bisogni di salute della popolazione. Un sottoinsieme di indicatori “CORE” ha sostituito la precedente Griglia Lea ed è utilizzato per valutare l’adempimento delle Regioni. Ogni area viene valutata separatamente, con una soglia minima di 60 punti su 100: una Regione è considerata adempiente solo se raggiunge il punteggio in tutti e tre gli ambiti, senza compensazioni. I risultati incidono anche sull’accesso alla quota integrativa del finanziamento sanitario nazionale.

Accanto agli indicatori CORE restano quelli “NO CORE”, utili a descrivere il quadro complessivo del sistema sanitario regionale. L’elenco degli indicatori può essere aggiornato annualmente dal Comitato Lea, garantendo però una stabilità pluriennale per consentire una programmazione efficace degli interventi. Le modalità di calcolo sono definite dalla circolare applicativa aggiornata nel gennaio 2026, che rafforza trasparenza e omogeneità del sistema.

Una sezione specifica del NSG è dedicata al monitoraggio dei percorsi diagnostico-terapeutico assistenziali (PDTA). Dieci indicatori valutano la qualità e la continuità dell’assistenza lungo l’intero percorso di cura per alcune patologie ad alto impatto, come diabete, scompenso cardiaco, Bpco e i principali tumori. L’attenzione non è sulla singola prestazione, ma sull’aderenza alle terapie, sulla regolarità dei controlli e sulla tempestività degli interventi, in coerenza con le linee guida.

Gli indicatori PDTA sono costruiti per essere confrontabili tra Regioni, indipendentemente dai modelli organizzativi, e sono stati validati anche in relazione agli esiti di salute. Sviluppati con il contributo di Regioni, esperti e istituzioni scientifiche, utilizzano i flussi informativi sanitari nazionali per seguire nel tempo i percorsi dei pazienti. Dopo una lunga fase di sperimentazione, il monitoraggio è diventato strutturale e viene aggiornato annualmente.

Nel suo insieme, il Nuovo Sistema di Garanzia non si limita a misurare le prestazioni, ma consente di valutare l’evoluzione, la qualità e l’effettiva capacità del Servizio sanitario di garantire il diritto alla salute su tutto il territorio nazionale.

La reazione di Fondazione Gimbe

Questi dati sono stati diffusi mentre in Parlamento è in corso l’esame del disegno di legge delega n. 1623 sui Livelli essenziali delle prestazioni e fanno da sfondo a un confronto sempre più acceso sul rapporto tra sanità e autonomia differenziata.

Nel corso di un’audizione davanti alla Commissione Affari Costituzionali del Senato, il presidente della Fondazione Gimbe, Nino Cartabellotta, ha espresso una posizione fortemente critica rispetto all’ipotesi di assimilare i Lep ai Lea in ambito sanitario. Secondo la Fondazione, si tratterebbe di una scelta non neutra, destinata ad avere effetti profondi sull’assetto del Servizio sanitario nazionale e, soprattutto, sull’equità nell’accesso alle cure. Cartabellotta ha spiegato che i due concetti non coincidono né sul piano giuridico né su quello sostanziale e che l’operazione di equiparazione proposta dal Governo poggerebbe su una lettura forzata della giurisprudenza costituzionale. A suo avviso, l’obiettivo reale sarebbe quello di velocizzare l’attuazione dell’autonomia differenziata, con il rischio concreto di rendere permanenti e legittime disuguaglianze territoriali già oggi molto marcate.

Il punto di partenza del ragionamento è la fotografia scattata dal monitoraggio ministeriale. I Lea rappresentano l’insieme di prestazioni e servizi che il Servizio sanitario nazionale è tenuto a garantire a tutti i cittadini, gratuitamente o con il pagamento di un ticket. Eppure, come emerge dai dati più recenti, l’adempimento non è uniforme. Nel 2023 otto Regioni non hanno raggiunto la soglia minima prevista in almeno una delle tre aree fondamentali considerate dal Nuovo Sistema di Garanzia: prevenzione, assistenza territoriale e ospedaliera. Sommando i punteggi delle tre aree, a fronte di una media nazionale pari a 226 punti su 300, si registrano distanze molto ampie tra le realtà più performanti e quelle in maggiore difficoltà.

Alcune Regioni del Centro-Nord, come Veneto e Toscana, superano ampiamente quota 280 punti, mentre altre non arrivano a 200, con criticità concentrate soprattutto nel Mezzogiorno, in territori come Abruzzo, Basilicata, Calabria, Molise e Sicilia, oltre alla Valle d’Aosta. Il divario emerge anche analizzando le singole aree del monitoraggio: tra le Regioni con le migliori performance e quelle in fondo alla classifica lo scarto supera spesso i 40 punti e risulta particolarmente accentuato nella prevenzione e nell’assistenza territoriale, ambiti nei quali il Sud mostra le maggiori fragilità.

All’interno di questo quadro disomogeneo, la Toscana si distingue per un andamento equilibrato. La Regione ottiene risultati solidi nella prevenzione, collocandosi tra le prime a livello nazionale per coperture vaccinali, programmi di screening e sanità pubblica, pur con margini di miglioramento. È però soprattutto nell’organizzazione dell’assistenza territoriale e ospedaliera che esprime livelli di eccellenza, posizionandosi ai vertici della graduatoria nazionale. Dati che, letti insieme al contesto generale, rafforzano la riflessione della Fondazione Gimbe sul rischio che l’autonomia differenziata finisca per amplificare diseguaglianze già oggi evidenti.

Nel suo intervento in Senato, Cartabellotta ha sottolineato che qualsiasi discussione sui Lep non può prescindere dallo stato attuale dei Lea. Ha ricordato che il Nuovo Sistema di Garanzia fornisce solo una misura generale dell’adempimento formale, senza valutare né la qualità effettiva dell’assistenza né la reale possibilità per i cittadini di esercitare il diritto costituzionale alla tutela della salute. Per questo motivo, secondo la Fondazione, le disuguaglianze territoriali risultano addirittura sottostimate rispetto alla realtà.

Il disegno di legge 1623 rappresenta uno snodo cruciale nel percorso dell’autonomia differenziata. Cartabellotta ha ricordato che la Fondazione Gimbe aveva già chiesto, durante l’iter della riforma, di escludere la tutela della salute dalle materie trasferibili alle Regioni. A suo giudizio, mantenere la sanità nell’elenco delle competenze differenziabili significa accettare che le differenze tra Nord e Sud vengano sancite sul piano normativo, in contrasto con il principio costituzionale di uguaglianza dei cittadini.

Uno dei nodi centrali riguarda proprio la scelta di non definire specifici Lep in sanità, sostenendo che i Lea svolgano già questa funzione. Secondo Cartabellotta, questa impostazione deriverebbe da un’interpretazione strumentale della sentenza n. 192 del 2024 della Corte costituzionale. Il presidente di Gimbe ha chiarito che, in quella pronuncia, il riferimento ai Lea avrebbe un valore esemplificativo e non equivarrebbe a una sovrapposizione formale tra i due concetti. Confondere i Lep, intesi come principio costituzionale che fissa una soglia minima uniforme di diritti, con i Lea, che sono invece lo strumento operativo per erogare prestazioni, significherebbe svuotare di significato il concetto stesso di uniformità dei diritti sociali.

Un ulteriore elemento critico riguarda il finanziamento. Cartabellotta ha spiegato che i Lea non sono direttamente finanziati in quanto tali, poiché il Fondo sanitario nazionale viene ripartito alle Regioni principalmente in base alla popolazione residente, con correttivi legati all’età. I Lep, invece, richiederebbero una copertura finanziaria commisurata ai costi reali necessari per garantire in modo uniforme le prestazioni su tutto il territorio nazionale. Oggi, ha osservato, nessuno è in grado di quantificare con precisione e in tempi brevi le risorse necessarie per assicurare ovunque pronto soccorso non sovraffollati, tempi di attesa accettabili e una rete territoriale realmente funzionante.

Secondo la Fondazione, proprio l’impossibilità di sostenere questi costi con le risorse attuali avrebbe spinto il Governo a rinunciare alla definizione dei Lep sanitari e a percorrere la strada più rapida dell’equiparazione con i Lea. Una scelta che, ha avvertito Cartabellotta, rischia di rendere giuridicamente accettabile la mancata esigibilità del diritto alla salute, trasformando differenze di fatto in disuguaglianze strutturali.

Le ricadute per i cittadini, ha aggiunto il presidente di Gimbe, sono già visibili. In molte aree del Paese l’accesso alle prestazioni essenziali avviene con ritardi incompatibili con i bisogni di salute, costringendo migliaia di persone a spostarsi in altre Regioni per curarsi. In assenza di Lep chiaramente definiti e finanziati, l’autonomia differenziata non solo non ridurrebbe questi flussi, ma finirebbe per rafforzarli, con un ulteriore indebolimento dei territori più fragili e un effetto boomerang anche per le Regioni più forti, chiamate a gestire un aumento della mobilità sanitaria.

La posizione della Fondazione Gimbe resta quindi netta. Definire i Lep in sanità è considerato un passaggio imprescindibile per garantire l’universalità del diritto alla salute. L’assimilazione tra Lea e Lep, secondo Cartabellotta, non ha solide basi giuridiche né tecniche e risponde esclusivamente all’esigenza di accelerare l’autonomia differenziata. Il rischio, ha concluso, è quello di proclamare diritti senza assicurare le risorse necessarie per renderli effettivi, legittimando così un sistema sanitario sempre più diseguale e lontano dai principi costituzionali di equità e solidarietà.